A volte mi scopro a pensare come mi comporterei se mia figlia avesse un handicap fisico o mentale. Pensieri iniziati quando, alla nascita, ci hanno detto che aveva i piedi torti congeniti, problema ampiamente risolto.
Non so perché mi vangano in mente questi pensieri, sono cresciuto frequentando portatori di handicap. Mi piace usare il termine handicap, piuttosto che non normodotati o diversamente abili, perché ho imparato che queste persone spesso, se amate e aiutate superano il gradino, per quanto grande sia, del loro problema e riescono a rivelarsi in tutta il loro splendore di creatura di Dio.
Mi vengono alla mente Marco, Elena, Roberto, Marta, Fabio, Salvatore, Nenè e tanti altri che mi hanno lasciato un segno nel cuore.
Penso anche ai loro genitori e parenti. Capisco quindi che il dubbio che mi assale riguarda me, se sarei capace di salire il gradino.
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In questi giorni si fa un gran parlare del caso di Eluana Englaro. Personalmente mi sento un po’ confuso. Sono contro l’eutanasia ma anche contro l’accanimento terapeutico. Credo che il diritto di vivere contempli anche il diritto di morire in modo naturale.
Ai tempi del caso Welby non ho considerato il suo un caso di eutanasia, senza respiratore è sopravvissuto poche ore all’interruzione della cura. Una macchina lo teneva in vita. In fondo anche Papa Giovanni Paolo II aveva rifiutato le ultime cure, chiedendo che la malattia facesse il suo decorso.
Nel caso di Eluana però la morte arriverà dopo venti, trenta giorni. Di fatto morirà di fame e sete. La cosa mi aveva sconvolto già ai tempi di Terry Schiavo.
Non so cosa pensare, della morte bisogna avere rispetto, è un evento che ci accomuna. Trovo nelle parole del padre di Eluana tristezza e amore, ne ammiro la compostezza, ma mi sembra crudele lasciar morire una persona lentamente di fame. Però io non vivo da sedicianni accanto ad una figlia in stato vegetativo…
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